Pagine

9 novembre 2016

Note torinesi

Caddi assieme alle foglie che sapevano di speranze ormai ingiallite. Le loro libere danze nel vento mi ricordavano le fasi della vita e decisi di rimanere lì, sola a fissare il Po che il Po non era.
Avevo solo ventidue anni, una centrifuga al posto del cervello, le nuvole sopra di me e ogni tanto qualche raggio di sole a scaldarmi.
Alvie era il solo a potermi risollevare da lì. Era un venditore di parole e forse un giorno lo sarei divenuta anch'io.
Buona parte dei suoi successi derivavano dal fatto che fosse abilissimo nello scegliere le cause inaudite più adatte alle sue capacità dialettiche.
Mi sono sempre chiesta se prima di conformarsi alla legge,  perseguisse la moralità dei fatti e se la sua destrezza nel muoversi fra le insidie legali,  lo avesse aiutato almeno una volta, anche nella vita.
Sebbene parlandoci avessi trovato conferma a quest’ultima domanda, permaneva la curiosità di assistere a una sua arringa o a un suo alibi riparatorio, qualora ne avesse mai avuto bisogno uno.
Eppure, a mio avviso Alvie non era così convincente. Sembrava esprimersi col contagocce, ultimamente si limitava ad una buonanotte, che nel suo linguaggio si traduceva in – come vedi, mi sono ricordato.
Avevo in archivio ogni suo capoverso, ogni maiuscola, ogni sillaba. Lui vendeva parole, io  le collezionavo e, talvolta nelle sere di stasi che rasentano la monotonia, tornavo a curarmene, scrivendo note sempre più arzigogolate. Questo mi permetteva di far luce su alcuni aspetti e tenere saldi i periodi dei suoi discorsi, sempre meno frequenti.
Eppure avrei voluto coglierlo a mentire - non per bacchettarlo ci mancherebbe - quanto per leggerglielo negli occhi che, si dice facciano discorsi inequivocabili. Volevo capisse che due persone complementari risultano pressappoco buffe quando con estrema convinzione scelgono una spiegazione efficace da dare all’altra, ma ero di parte, non ero neppure la cornice del suo quadro e le menzogne laddove ci fossero, morivano fra le righe della sua buonanotte o in questo letto di foglie ingiallite su cui mi trovavo paralizzata.
Potevo quasi immedesimarmi nell’indaco del cielo, che a fine dipinto stendi per conferire maggiore contrasto in alcuni punti.
Chissà però, se in quel caos di sfumature cangianti e di parole, anche lui come me, desiderasse ascoltarne di nuove, di diverse. Chissà se desiderasse anch’egli scoprire dei piccoli mondi a lui riservati,  scostati dai formulari di atti di cui, per comodità si serviva.
Di una cosa ero certa: in un’altra vita avrei scelto di viverlo diversamente.