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9 febbraio 2017

Un aquilone in cerca del cielo

La perseveranza non è certamente la mia arma più forte, a dimostrarlo sono queste lettere.
Sono già trascorsi due anni dalle primissime che ti scrissi (1 e 2), due anni e le nostre strade non si sono ancora incrociate.
Io e il mio Einaudi siam rimasti soli ad aspettarti qui nella solita postazione, ed ovunque volga lo sguardo sento le acute note di un violino discordato affrangermi la mente di fantasmi.
Guardami, mi faccio una qualche tenerezza: quando si tratta di parlarti non riesco che a scrivere frasi semplici, elementari, come se mi emozionassi e perdessi il filo del discorso ancor prima di iniziarlo.
Quanti aneddoti avrei da raccontarti, quest’ultimo anno è stato il migliore che abbia mai vissuto, credevo che dopo Milano non avrei più avuto questa possibilità. Sicura che smettessi di respirare da un momento all’altro ho iniziato a scrivere un nuovo indice di vita, meno articolato, più emotivo. Sull’orlo del baratro non hai più tempo di pensare a nulla, in preda alla voglia di morire o di vivere, puoi solo regolare l’intensità del tuo tempo restante, racimolare quel che di buono resta e viverlo, in attesa che la fiamma si espanda e consumi anche l’ultimo truciolo di fiammifero.
Ma adesso Milano, sei il mio prologo, la mia venuta al mondo, l’alfa della mia vita e mi sento certa del fatto che non sia nata in quel dì settembrino, son nata nella tua stazione centrale, con una valigia fucsia di 32kg, un bagaglio e due litri di acqua. Ho tre anni, quasi quattro e sono una bambina alle prese con le parole, che confusa le avvicina l’una all’altra e con stupore legge e ama. 
Oggi mi sento così e tu, demone decantato in Zarathustra se ti presentassi ora al mio cospetto, credo che spalancherei ogni porta di questa casa, adornerei il palazzo a festa e per la gioia ti solleverei facendo un giro su me stessa.
Se nulla è casuale mi chiedo, dove mi porterà tutto questo? Non so più in cosa e se credo, se sono un’equilibrista in movimento o un’osservatrice in stasi.
So che non ci sei e questo basta per giocare a fare l’aquilone fra le mura di un corridoio sognandoti ad occhi aperti e con le braccia spalancate muovermi fra le note di melodie e prose che vorrei avere scritto di mio pugno.
Confido nell’anno che è in essere, ti scriverò ancora, stavolta senza prometterti nulla.